La neve, una liberazione: il cielo riversa i fiocchi leggeri e svuota a poco a poco il suo fardello grigio; una polvere sottile si deposita sulle cose e brilla come limatura di diamante nel sole miracolosamente risplendente.
La neve, una benedizione: il candore soffice attutisce i rumori, addolcisce gli umori, annulla i confini. Le strisce del parcheggio, sacri tracciati della devozione teutonica all’ordine, non sono più visibili, e niente si può fare se l’auto rallenta sul tappeto candido, se lo spazio si dilata. Anche la percezione si dilata, nell’inconsistenza bianca e soffice il mondo assume contorni irreali. La neve dà scacco a tutti gli sforzi che i tedeschi fanno per rendere il mondo regolare e controllabile. La neve rende umana la vita in questa città che corre appresso a se stessa, urla a chi non segue le regole, ti imbratta con il fango la portiera se parcheggi storto e ti aggredisce, invece di chiederti scusa, se non ti sei fatto da parte in tempo.

La camminata marziale diventa un passeggiare felpato, le mamme sorridono e tirano slitte ripiene di bambini verso il pomeriggio gelido ma radioso, le auto rallentano, come mostri resi mansueti.
“Mi piace la neve, perché riesce a rendere gentile questa città grigia e malmostosa.” Pensavo. “Dio ha inventato la neve per ricompensare i popoli nordici del grigio perenne dell’inverno infinito”.
Il paesaggio che vedete raffigura un ritaglio di fiaba fra un’arteria cittadina a lunga percorrenza e l’autostrada urbana sabato scorso, 16 febbraio. Nel frattempo la neve prima si è sciolta, poi è diventata ghiaccio, tipico effetto indesiderato dell’altalena delle temperature. Il brano che avete letto (se avete letto) è invece molto datato e si trova nel romanzo Il mare a Berlino non c’è (2016, Walkabout – Amazon Media). Eccolo qua sotto, casomai davvero la copertina non vi spaventa (non lo scelta io!) o non aveste null’altro per riempire i pomeriggi invernali. Sulla neve però non troverete altro.