Nel romanzo East of Eden John Steinbeck racconta uno degli equivoci più esilaranti della storia della letteratura.

Olive Hamilton ha vinto un volo premio su un aereo militare in grazia della sua solerzia nella vendita di bonds statali per sostenere l’esercito federale statunitense contro i tedeschi in Europa. Siamo ai tempi della seconda guerra mondiale e Olive non crede che gli aerei possano veramente volare, anzi, non crede affatto che gli aeroplani esistano, ma da brava patriota non vuole rifiutare il premio. Tuttavia, per sicurezza prima fa testamento. Una volta nei cieli della California è difficile capirsi, ché il casco con il bluetooth non era stato ancora inventato e nemmeno le coperture delle cabine. Insomma Olive e il pilota si parlavano controvento. Quando il pilota le chiede se gradisce un po’ di stunt (leggi “acrobazie”), lei capisce stuck, e quindi crede che l’aereo stia per cadere a causa di un blocco del motore. Da brava insegnante ha imparato a mostrare un viso sereno anche nei momenti critici, lei intende fare coraggio al pilota con un sorriso stampato in faccia nella terrifica speranza che riesca a fare almeno un atterraggio morbido, mentre il pilota capisce che la signora ama i virtuosismi in stile Frecce Tricolori. Alla fine della scena l’aviatore crede che Olive abbia la stoffa di una aeronauta, mentre Olive si mette a letto per riprendersi dall’enorme spavento.

Si tratta di un breve passaggio in un capitolo di intrattenimento, che prepara il lettore al seguente nuovo sviluppo della storia. È proprio in questi brani che spesso si vede la stoffa di un grande scrittore. E non c’è dubbio che la grandezza di Steinbeck consista, fra l’altro, nel trasmettere un quadro preciso e chiaro della nazione americana in una scena innocente, mentre il lettore si diverte.

Ma una cosa è il vero, un’altra il verosimile, diceva Manzoni, cosciente del fatto che non sempre la gente riesce a distinguere l’uno dall’altro, con gran vantaggio degli scrittori, ma anche dei gestori e proprietari dei “social media”.

E fra tutti gli equivoci in tempo di pandemia, ha captato il mio interesse il post di una utente che dichiara:

“Ma davvero non vi rendete conto che vi state prestando da mesi al giochino del ditino puntato responsabili/irresponsabili per far passare inosservata ai vostri occhi la questione, quella sì determinante nel combattere l’epidemia, tra capacità/incapacità di amministrare e coordinare? Umilmente, da osservatrice e semiresidente di un Paese – la Germania che potrà piacervi o meno, ma che ‘na cosa sap’ fa: amministra’, organizza’ e coordina’”.

L’affermazione mi ha lasciato una strana sensazione, come quando un cibo si ferma sullo stomaco. Sarà forse il tono da lavandaia al mercato del pesce? Io non ho niente, né contro l’uso del dialetto, né contro il teatro quotidiano (del resto, tutta la vita è un teatro, direbbe Pirandello). Anzi, dalle vrenzole io, sono pasolinianamente affascinata.

Quello che mi disturba in questo intervento è la parola “semiresidente”. Un neologismo che io interpreto come “residente a metà”. Dunque residente che non sta né di qua, né di là.

In che qualità si trova in Germania questa signora o signorina? È la sciantosa fissa di un oligarca russo e viene a Berlino una volta al mese per fare spese al KaDeWe, mentre il resto del tempo lo trascorre nell’attico super-ristrutturato di un palazzo fine secolo iper-lottizzato? È stanca di andare a Cortina e quindi viene periodicamente a sciare sulla Zugspitze? È un’impiegata stagionale di una gelateria?

Comunque sia è chiaro, che questa signora o signorina si è creata un’Edenlandia mentale a suo proprio individuale e privato uso e consumo basato su un bellissimo equivoco, quello della Germania organizzata e coordinata e dell’Italia inconcludente e maldestra.

Ebbene lettori cari, se avete resistito finora, leggete oltre, perché, se tutto va bene, vedrete smagato questo Mito da baraccone, con buona pace della finzione narrativa.

MITO: “Berlino ha affrontato il problema del Covid da subito con test a tappeto” (titolo di un rotocalco italiano online in primavera)

Primaditutto Berlino è una cosa, la Germania è un’altra. Che cosa si intende con “Berlino”? Il Land di Berlino, cioè Berlino città-stato? Il governo di Berlino? Il governo tedesco? Si tratta di tre realtà differenti. Io scelgo Berlino, perché è la città dove vivo da tedesca a metà e nella quale ho trascorso il periodo di soggiorno più lungo della mia vita. E a Berlino mi riferirò nel resto del mio testo.

REALTÀ: il tampone per il Covid a Berlino viene somministrato raramente e solamente in casi nei quali sussiste la fondata possibilità di contagio avvenuto. Insomma vi fanno il tampone se tossite e avete la febbre. Se avete un raffreddore volgare il medico vi dice due cose, primo: non venire allo studio, ché forse tanto volgare il raffreddore non è, secondo: stai a casa in attesa degli eventi, e se poi stai peggio chiama l’ufficio igiene.

La maggioranza delle morti a causa Covid sono avvenute perché il paziente è arrivato in ospedale troppo tardi.

MITO: a Berlino hanno arginato bene il virus, così hanno potuto riaprire per tempo i negozi e le scuole.

REALTÀ: a Berlino il contagio è stato blando (almeno finora, ma nelle ultime settimane sta aumentando esponenzialmente), così in primavera si è decisa la riapertura dei negozi e la graduale riapertura delle scuole.

MITO: gli italiani sono indisciplinati, i tedeschi sono civili.

REALTÀ: a Berlino si va in giro come se il virus non esistesse, i cittadini continuano a spintonarsi nei mezzi pubblici, moltissimi non portano la mascherina dove è d’obbligo.

REALTÀ: i vigili e i poliziotti che nei primi mesi dell’emergenza separavano le folle bisognose di agape nelle piazze e nei parchi cittadini sono stati presi a sputacchiate in faccia (letteralmente, non metaforicamente). Salvo poi le masse di sanfedisti che hanno invaso le strade cittadine (sempre senza mascherina e tutti appiccicati) in nome delle libertà individuali, in particolare il diritto ad andare in discoteca.
Un mio amico ci si è trovato involontariamente in mezzo. Sta ancora scappando.

REALTÀ: a Napoli ho visto i passeggeri attendere disciplinatamente la discesa degli altri ai lati della metro per poi accedere al vagone in buon ordine. Stessa cosa alle uscite sulle scale mobili e ai varchi. Da manuale di comportamento ferroviario.

REALTÀ: a Capodichino hanno montato un sistema di sicurezza ipertecnologico in poche settimane, compresi i lettori a infrarossi che misurano la temperatura en masse agli arrivi. A Tegel non c’è nulla di simile, nemmeno un accenno.

E, visto che stiamo parlando di aeroporti, lo sapete che l’aeroporto internazionale Berlin-Brandenburg doveva aprire nel 2013? Sono passati sette anni e ancora ripieghiamo sugli antichi aeroporti risalenti ai tempi della cortina di ferro. Perché? Per un giro di scandali e incompetenze da fare invidia a Berlusconi.

MITO: la scuola in Italia non è preparata a affrontare la riapertura in stile Covid.

REALTÀ: A Berlino le scuole usano gli arredi di sempre, gli studenti stanno azzeccati fra di loro, la mascherina è parzialmente obbligatoria e le infezioni stanno aumentando. in quella dove lavoro io due contagi in una settimana. E non abbiamo chiuso.

Inoltre il sistema tedesco, al contrario di quello italiano non prevede il ruolo dell’Addetto alla Sicurezza nelle scuole. Il rispetto delle norme igieniche è posto sulle spalle degli insegnanti che svolgono il ruolo ulteriore di forze dell’ordine e paramedico: in presenza di un alunno che mostra evidenti segni di contagio tocca all’insegnante decidere se spedirlo a casa o fargli continuare la giornata in istituto. Quando ho chiamato la dirigenza per dire che un mio studente in una classe tossiva, aveva evidenti difficoltà respiratorie e era caldo, mi hanno risposto “faccia lei”.

E giacché siamo in tema: non da ieri il mantenimento della pulizia di base delle classi e dell’edificio scolastico tocca agli studenti (sempre orchestrati dall’insegnante). Nelle scuole tedesche una figura come il bidello è inesistente. E lasciatemi completare: mancano anche i tecnici di laboratorio, i bibliotecari e …

… In un paese che ha accolto quasi la metà dei profughi di guerra siriani non esistono i libri di testo plurilingue. In Italia ho visto volumi didattici corredati di strumentario in svariate lingue, compreso l’arabo.

REALTÀ: in tutta la Germania non esiste la figura del mediatore culturale. Anche in questo caso, tocca agli insegnanti inventarsi i materiali di lavoro (questo succede anche nella Scuola Statale Europea di Berlino, un progetto che pure l’Italia contribuisce a finanziare) e improvvisarsi mediatori – come si può, come si deve, direbbe Luciano Ligabue.

E non è finita, tra un’ora e l’altra delle 26-28 ore d’obbligo (contro le 18 dei colleghi italiani) si devono preparare anche tutte le attività extracurricolari, comprese le gite d’istruzione, compreso il rendiconto spese – chi non conosce la ragioneria si frega.

MITO: il governo funziona e per questo il piano di risarcimento per danni economici dovuti al lock down è partito subito e ha raggiunto gli aventi diritto.

REALTÀ: il fisco ha dovuto organizzare un’operazione di recupero crediti, perché per errore, hanno beneficiato delle agevolazioni centinaia che non ne avevano, non solo alcun diritto, ma nemmeno alcun bisogno. Tralascio gli aspetti di violazione legale, per non dire criminali della questione.

MITO: gli italiani piangono miseria e battono cassa al primo problema.

REALTÀ: l’Italia ha varato e attuato negli anni scorsi uno dei più articolati piani di risanamento economico della storia europea, e questo per far fronte alla politica economica tedesca protezionista nei confronti della propria industria e aggressiva verso quelle degli altri membri dell’Unione. Questa politica ha implicato la cessazione degli investimenti statali nella sanità pubblica italiana. La conseguenza è stata la tragedia ospedaliera dell’ultimo inverno. Che l’Italia sia disorganizzata e gestita male non lo credono più nemmeno i tedeschi, basta leggere un qualsiasi commento, per esempio quello dell’editorialista Thomas Friecke nel Der Spiegel – Sì, esatto, quel periodico che nel 1977 pubblicò la famosa foto di copertina con la P38 sul piatto di spaghetti:

https://www.spiegel.de/wirtschaft/soziales/corona-krise-und-euro-bonds-deutschlands-fatales-zerrbild-von-italien-kolumne-a-09ded59c-4d98-4592-86dd-dae5f6d84615?utm_source=pocket-newtab

“Rimettiamoci la giacca i tempi stanno per cambiare…”, diceva Battiato.

REALTÀ: “la borghesia italiana è la più provinciale d’Europa”. Pasolini aveva ragione, fu profetico anche in questo. Credono nei miti, gli italiani, nelle apparenze e nelle favole che si costruiscono loro stessi, semiresidenti abitanti di un mondo a metà, che esiste solo nelle loro teste imbambolate.

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