Ihr, die Ihr aus dem leben wirren Spiele
Hervor mir strahlt, gleich freundlich lichten Sterne
(Friedrich Carl Hermann)

A Gustavo, Vittoria, Gertraud e Stefano Hermann
in memoriam

Intro

Quando si dice che non tutto il male viene per nuocere.
La scrittura di questa storia è la conseguenza di due epidemie. La prima risale a molti anni fa, precisamente al 1861. È l’epidemia di Colera a Napoli. La seconda è l’attuale epidemia che ricorderemo come il tempo del Covid, il Coronavirus, qua in Germania popolarmente noto come “Il Corona”, a mo’ di bandito d’altri tempi.
Il primo gesto del primo giorno di quarantena è stata l’apertura della casella email del mio blog. Il che nel mio caso avviene come se dovessi andare a piedi all’ufficio postale circondariale, riempire vari moduli e alla fine accedere a una cassaforte sigillata. E nella mia percezione così avviene, con vari passaggi che ancora non ho imparato a semplificare. Il fatto è che in realtà dopo tanto armeggiare la casella si presenta immancabilmente vuota. Non questa volta. Una bella sorpresa mi attendeva, e già da tempo! No, non un editore. Un cugino. Anzi, il protocugino!
Il dottor Victor Bruns mi proponeva una lettera scritta nel luglio 1861 da Napoli, da Gustav, nostro avo a suo fratello Fritz, avo suo (di Victor).
Victor Bruns è il figlio di Gertraud Hermann, la pronipote di Fritz e coetanea di zia Vittoria. Entrambe morirono quasi contemporaneamente nel 2003. Si conobbero negli anni sessanta, per iniziativa di Gertraud che fece un viaggio a Napoli con il marito Georg Bruns alla scoperta del ramo italiano della famiglia Hermann.
Victor ha 72 anni, vive a Bad Homburg e ha svolto un lavoro accurato e minuzioso sulla genealogia della famiglia. Il lavoro comprende anche la trascrizione di molte lettere datate e spesso difficili da decifrare e non è ancora finito. Questa storia si riferisce alla versione del documento del 27 maggio 2020 Ahnentafel Gertraud Bruns geboren Hermann (“Tavola genealogica di Gertraud Bruns, nata Hermann”). Tutte le citazioni dalle lettere e l’intero testo della lettera di Gustav sono estratte dal documento di Victor.
Zio Paolo Hermann si ricorda della visita dei Bruns-Hermann. E ricorda Georg Bruns come persona molto simpatica e alla mano: con chi giocava e su quale terrazzo? Forse era ancora la casa del Monte di Dio. A zio Paolo Hermann devo tante informazioni raccontate in due telefonate con lui, il 13 aprile e il 6 giugno 2020.
Vittoria Hermann e Gertraud Hermann-Bruns continuarono a frequentarsi per il resto della loro vita, come vere cugine verrebbe da dire. Anche Vittoria fece un viaggio in Germania, insieme a Mikey. Notevole che entrambe morirono quasi contemporaneamente nel 2003.
Un altro viaggio fu quello di Paolo: nel 1970 attraversò vari luoghi della storia della famiglia. Fra l’altro fu a Moleslav-Mlada, dove il nonno Arturo Hermann era stato prigioniero degli austriaci dopo la sconfitta di Caporetto e anche a Pola dove visse la nonna Maria Gelinek-Hermann ai tempi dell’Impero Austro-Ungarico.
Per quanto mi riguarda, il giorno in cui ho parlato con Victor Bruns lo ricorderò con grande emozione, come una specie di tappa del viaggio mio, che ancora dura, e che in un certo senso è ed è stato una ricerca, anche delle origini. E anche se è da un po’ che ho la doppia cittadinanza, è da quando ho scoperto l’esistenza di Victor che mi sento veramente a casa, o almeno al posto. Il posto al quale prima o poi arriviamo, o forse non arriviamo mai. Ma è confortante sapere che in giro per la Repubblica c’è qualcuno che condivide qualche gene con noi. Ed è per questo che lo chiamo il protocugino.
Questa storia comincia centosessanta anni fa nella Franconia inferiore dalle parti di Bayreuth, quando tre fratelli decidono di andare a Napoli ad aprire una drogheria.

Premessa

Conosciamo bene il lato Gelinek della famiglia, cioè il versante femminile da parte di nonna Maria (Lully), che pullula di principesse, baroni, capitani di marina, cagnolini, profumi, porcellane, giardini, argenti, balli, e avventure. Questo glamour risale (nientedimeno!) ai Naryshkin, altolocatissima famiglia Russa, imparentata con Pietro il Grande. Dei Naryshkin si legge anche in Guerra e Pace di Tolstoj. Armarono non so quale reggimento di cavalleria durante le guerre napoleoniche. Il ramo maschile, sempre dal lato di nonna Maria-Lully risale a un cadetto degli Asburgo nato da una relazione extraconiugale dell’imperatore Giuseppe II con la figlia di un dignitario di corte. La parentela non si può dimostrare, ma in compenso anche qua ci troviamo prestigiosi ufficiali di marina, come il nonno della bisnonna Elfriede, ammiraglio della flotta austriaca nella famosa battaglia di Lissa nella quale affondarono la flotta italiana. Argomento tabù per la generazione precedente.

Elfriede Czeike von Halburg in Gelinek, poi diventata Elfriede De Petris, arrivò a Napoli verso la fine del 1800 con la nonna Maria ancora piccola. Il padre di Maria era morto su una nave di ritorno in Europa dall’India, in circostanze mai chiarite.

Immagino che avesse una grande dote di affabulatrice la nonna Elfriede, e poi la sua storia, e quella della sua famiglia era chiaramente materia da romanzo, avvincente, affascinante. Zia Vittoria Hermann ha trascritto queste storie in vari volumetti.

Gli Hermann erano meno glamour, non nobili, decisamente e inesorabilmente borghesi e per di più, di provincia. Ma erano operosi artigiani, imprenditori fantasiosi dal grande spirito di iniziativa e non senza il senso dell’avventura. Hanno conservato i loro ricordi in forma di scritti, lettere e contatti personali regolari anche se sporadici, attraverso gli anni, anzi i secoli.

Le “origini”

Gli Hermanns sono numerosi e sparsi per molti luoghi in Germania, Italia, Austria, Belgio e anche in America. Di molti si sono perse le tracce.

L’origine della famiglia è nella Bassa Franconia, nel nord della Baviera in varie zone del triangolo fra Würzburg, Bayreuth e Norinberga.

La nostra discendenza Hermann fa capo a Johann Michael Heinrich Hermann, detto Heinrich (1793-1868) pastore protestante della comunità di Mistelbach (paesino dell’Alta Franconia, circondario di Bayreuth).

Ma il primo Hermann del quale abbiamo traccia risale al tempo della Guerra dei Trenta Anni, al Nacque nel 1697 a Wiesentfels (sempre vicino Bayreuth), un paesino arroccato attorno a un castello ancora oggi esistente e visitabile. Il luogo è alquanto pittoresco, così i tedeschi chiamano la zona “La Svizzera della Franconia (Fränkische Schweiz). In realtà la Svizzera non è molto lontana da là, e neanche l’Austria. Vedremo quanto questo fatto geografico abbia un ruolo nella storia degli Hermanns.

Heinrich Ludwig Hermann, detto Hermannus, nome con il quale fu immatricolato all’Academia Norica Altdorfina (Universität Altdorf): Henricus Ludovicus Hermannus, dopo aver frequentato il liceo di Bayreuth. Hermannus si laureò in giurisprudenza e esercitò l’avvocazia, fra l’altro, a Guttenberg.1

Heinrich Hermann è il pronipote di Hermannus.

I suoi figli, i fratelli Hermann erano numerosi, numerosissimi: più di 26 da due matrimoni. Non tutti vissero a lungo, e molti morirono molto presto, allora la mortalità infantile era alta.

Di questa situazione troviamo una testimonianza precisa e poetica in una lettera di Gustav Hermann, il nostro diretto trisavolo. In questo scritto commovente quanto particolareggiato, Gustav racconta al fratello Fritz la perdita del suo piccolo Berthold, a Napoli nel 1861.

Heinrich non si cura molto dei propri figli, da quanto si legge tra le righe delle lettere, soprattutto di Fritz. A lui dobbiamo la maggior parte delle informazioni sulla nostra famiglia: “… ma si deve lasciare a queste giovani persone [i fratelli Hermann più giovani d’età] il tempo di fondare da soli la loro esistenza e il proprio futuro, prima di parlare di supporto da parte loro, ché solo quello che si guadagnano da soli è loro proprietà, visto che da casa non hanno niente e non possono sperare di riceverne niente, cosa in sé sufficientemente triste”.2

1L’avvocazia, in tedesco Vogtei è la carica esercitata dal Vogt e consiste nella tutela e amministrazione di beni ecclesiastici. Fu introdotta dai Carolingi. Il nome vogt deriva dall’antico altotedesco fogat, a sua volta mutuato dal latino advocatus (!).

2Da una lettera di Fritz del 1852, indirizzata probabilmente alla sorella Wilhelmine Hermann. Il riferimento è il giovane Conrad Hermann, nato nel 1836 e poi emigrato in America. Di lui si persero le tracce.

Fritz, Gustav, Theodor e Louis

Friedrich Carl Hermann, detto Fritz, nacque il 25 settembre 1818 a Rehweiler, frazione di Geiselwind, circondario di Kitzingen, nella Franconia inferiore (Unterfranken) al confine fra la Baviera il Baden-Württenberg (Stoccarda) e l’Assia (Darmstadt) e morì a Reutte (Austria, Tirolo) nel 1872. È un giovane intraprendente e giudizioso. Giovanissimo andrà a Bayreuth prima e dopo a Feldkirch, nel Voralberg, in Austria. Qui impara il mestiere della tessitura e della filatura nella fabbrica del nobiluomo scozzese Douglass. La famiglia Douglass si affezionerà al giovane figlio del pastore e lo sosterrà anche in seguito, quando a sua volta, nel 1855, acquisterà una fabbrica tessile a Reutte, in Tirolo, oggi una stazione sciistica molto conosciuta. L’acquisto della fabbrica è un passo notevole per Fritz. A parte il rischio finanziario a cui va incontro, per ottenere il diritto d’acquisto dovrà divenire cittadino austriaco. Fritz sarà un imprenditore dallo spirito moderno ante litteram; impiega per primo le macchine a vapore, fa richiesta di una linea telegrafica che non gli verrà concessa, poiché la Filatura e Tessitura Hermann, Reutte è l’unica attività industriale in tutto il circondario. E così resterà anche negli anni e decenni a venire. Oltre alle tecnologie, Fritz fonda un circolo culturale per i lavoratori, applica da subito le leggi che regolano il licenziamento e una cassa malattia per i suoi operai – anni prima che Bismark introducesse le assicurazioni sanitarie statali obbligatorie. Non riesco a non trovare qua l’origine dello spirito rivoluzionario degli Hermann delle generazioni successive e di Gustavo Hermann in particolare.

Fritz morì giovane, a 53 anni, nel 1872, per un arresto cardiaco. Se vi capitasse di andare in vacanza montana a Reutte, non abbiate dubbi, il Sentiero Hermann (Hermannsteig) intorno alle Cascate di Stuiben è intestato a lui.1

Ma la prima vera impresa di Fritz avviene molto prima, nel 1848. È questa che a noi interessa più di tutto il resto: “Già sai che ho fondato un’attività commerciale insieme a Gustav e a Louis a Napoli, e dovrebbe essere semplice che anche tu vada là una volta”.2 Nasce la Drogheria-Farmacia Fratelli Hermann Napoli, con sede a Piazza Municipio 24.3

1https://www.reutte.com/highlights/stuibenfaelle/

2Lettera al fratellino Heinrich (omonimo del padre), nato nel 1830. Nel 1848 è apprendista a Bayreuth, ma lascerà la Baviera per trascorrere un periodo a Napoli.

3Annuario d’Italia, calendario generale del regno, 1896.

https://books.google.de/books?id=pe3rrAnpZrsC&pg=PA1907&lpg=PA1907&dq=theodor+hermann+luigi+caflisch+napoli&source=bl&ots=mvYA7qHviO&sig=ACfU3U26DCzVOulM14il1TV7-hVGVJUu2w&hl=de&sa=X&ved=2ahUKEwjOgvXUrMfpAhVS5uAKHXeoCZ0Q6AEwDnoECAoQAQ#v=onepage&q=theodor%20hermann%20luigi%20caflisch%20napoli&f=false

Alla volta di Napoli partono Fritz, Gustav e Louis, dopo li raggiungerà Theodor. Più tardi quasi tutti i fratelli Hermann stazioneranno almeno per un periodo a Napoli.

Fritz, come altri Hermann, è intraprendente, anticonformista, ha una vena letteraria e musicale, scrisse poesie delle quali ci rimangono solo pochi versi. Tenace e attivo protestante, ci tiene a distinguersi dai “bigotti” cattolici che dominano, in numero e mentalità il suo paese, la Baviera

Sto frequentando una giovane di nobile famiglia grigiona, che trascorre qualche tempo qua [a Feldkirch] presso sua zia, dove l’ho conosciuta. Se i miei desideri si realizzano, la signorina Babette de Scarpatetti sarà mia moglie entro la fine dell’anno (…) ha un carattere molto piacevole e ha un certo grado di razionalità e spirito raro fra le donne. Io sono giovane, irrequieto, irascibile e a volte molto capriccioso e non sarei felice con una donna qualsiasi [sic!], e spero di diventarlo con la signorina Babette de Scarpatetti. Lei stessa, sua madre e sua zia sono ben disposte verso di me. Invece il fratello arrogante studente a Padova, un suo cognato e una parte dei suoi parenti, ricchi e superbi, e bigotti – di religione cattolica – sono tutti contro di me e mi faranno il sangue acido, fino a che non supererò tutti gli ostacoli…1

1Da una lettera al padre Heinrich, 1842.

Cosa ne fu della nobile grigiona non lo sappiamo. Fritz alla fine sposerà un’altra donna, Johanna, che gli sarà fedele compagna fino alla fine.

Avranno vari figli, fra cui Adalbert, Hedwig e Theodora (Thora).

Adalbert Hermann (1859-1949) non mostrò il talento del padre e, nonostante gli anni di apprendistato in Inghilterra e negli Stati Uniti lasciò la fabbrica a un cugino da parte di madre e visse di rendita facendo il pittore per il resto della sua vita. Oltre a dipingere quadri e viaggiare molto insieme alla moglie e al figlio Norbert. Cambiò spesso residenza, da Monaco a Graz, dal Lago di Garda a Firenze.

Norbert è il padre di Gertraud Hermann, la madre di Victor. È lei che negli anni sessanta venne a Napoli alla scoperta dei pronipoti di Gustav.

Theodora è la sorella preferita di Adalbert. Sensibile e dotata scrittrice e musicista, autrice di un romanzo stile Piccole Donne, intitolato “Alte Mete”(Hohe Ziele). Sfortunatamente visse all’ombra del marito, Wilhelm Weigand, scrittore di successo, antisemita e parassita (sic), fra i teorici dell’ideologia del Blut und Boden (sangue e terra), ben sistemato grazie al patrimonio della famiglia Hermann, che perse con la crisi del 1929. Theodora morì giovane e il Weigand si risposò. La famiglia Hermann tagliò i contatti con lui, probabilmente a causa della nuova moglie.

Fritz, Gustav, Theodor e Louis perdono la madre in età molto giovane. Di sicuro questa esperienza li segnò cementando il loro legame e marcò il loro spirito di avventura.

La drogheria-farmacia di Napoli è molto importante: nel momento del suo sviluppo massimo fornisce l’intero Meridione, continuerà a esistere per molti anni: “… Che ho nuove notizie da Napoli, Gustav e Louis stanno bene e sono molto soddisfatti dei commerci” (Fritz, 1852). Tutti i fratelli sembrano avervi trascorso almeno una tappa della loro vita e della loro formazione. Fritz stesso invece ritornerà in Germania per continuare la sua carriera imprenditoriale che lo porterà a diventare proprietario di fabbrica. Continuerà a prendersi cura dei fratelli e a tenere la corrispondenza con loro e con il padre, al quale comunica regolarmente le novità. È a Fritz che Gustav, l’avo Gustavo, fa riferimento in tutte le situazioni. Da lui si stabilirà Theodor in un primo momento quando deciderà di ritornare in Germania, e così anche altri fratelli lo terranno sempre come punto di riferimento, quasi un sostituto-padre.

Il contatto con Napoli tuttavia continuerà: “Theodor torna da Napoli verso la fine di ottobre… Io stesso farò la mia visita a Napoli solo la prossima primavera” (Fritz, 1852).

Dopo la morte di Adolf Hermann, nel 1898 la drogheria sarà presa da un lavorante sotto la guida di Gustav (avo), ma presto purtroppo chiuderà. Si trovava esattamente accanto all’ingresso di Palazzo San Giacomo, a destra, dove ora c’è una fila di locali.

Ludwig (“Louis”) Hermann (1822-1896) tornerà in Germania in una veste istituzionale, sarà infatti regio console italiano a Monaco di Baviera. Ebbe vari figli, fra cui Fritz (1859-1920) professore di anatomia all’università di Erlangen, Thora (Theodora) Hermann, che morì nel 1987 a Monaco e Rudolf, giurista e alto funzionario di stato, morto nel 1950. Rudolf pure fu in visita a Napoli durante la guerra. Credo che fosse nell’esercito tedesco, ma non so in che funzione o grado.

Gustav Johann Martin Hermann, l’avo Gustavo nacque anche lui a Rehweiler il 20 aprile 1817. In una nota del 1842 si legge che ha completato gli studi di farmacia con il voto “ottimo” (vorzüglich). Fritz è molto orgoglioso di lui. Dopo gli studi, non si sa bene quando, Gustav partirà alla volta di Napoli. Prima però si sposa con Ida Halbeisen (29/10/1834-30/5/1905 o 1907). Entrambi sono sepolti al Cimitero Britannico di Napoli, sono le tombe dove si trova anche quella di Gustavo Hermann.

Gustav e Ida ebbero molti figli: Adolf (1856), Berthold (1859-1861), Bertha (1862-1865), Helene (1863-??), una bambina nata morta nel 1865, Olga (1866-??) e Theodor (1870-??), di cui si persero le tracce. Tornò in Germania?

Su “Tante Helene” e “Tante Olga” probabilmente Marilisa e zio Paolo sapranno dire di più.

Per non creare confusione, Gustav distinguerà fra Theodor figlio e Theodor-Onkel (Theodor-zio), cioè suo fratello.

Theodor-Onkel doveva essere abbastanza inquieto e insoddisfatto. Nella sua lettera al fratello Fritz, Gustav parla di mandarlo a Reutte, per esporlo alla benefica influenza di Fritz, ma anche per curarsi di una malattia non meglio specificata.

Theodor Hermann nacque il 9 luglio 1820 e morì il 31 ottobre 1881. Non ebbe figli. Nel 1842 deciderà di tornare in Germania, ma continuerà a soggiornarvi a intervalli anche piuttosto lunghi.

Adolf si sposa con Eugenia (Eugenie) Pascal, un’amica della sorella Olga. La famiglia Pascal è molto importante per la storia italiana. Cesare Pascal, anche lui esperto di tessuti, era emigrato dalla Francia prima a Firenze e poi a Napoli. A Firenze conobbe la milanese Paolina Tadiglieri che lo seguì a Napoli. Vicino Caserta fondò il Setificio di San Leucio, una delle fabbriche più moderne d’Europa, vanto dell’industrializzazione iniziata dal Re di Borbone. La famiglia Pascal fu sterminata dal terremoto di Casamicciola del 1883. Zio Paolo racconta che la famiglia Pascal si era recata a Ischia proprio quel giorno, il 28 luglio. Si salvarono solo Eugenia, miracolosamente ritrovata tre giorni dopo sotto le macerie e Teodoro Pascal, che studiava a Zurigo. Zio Teodoro fu ingegnere e esperto di avicoltura, scrisse numerosi libri sulla seta e sugli uccelli. Della madre, Paolina Tadiglieri e della sorella Clotilde sopravvivono due disegni che stanno appesi nel mio salotto. Me li diede zia Eugenia vari anni fa. Uno raffigura una veduta flegrea, forse proprio Ischia.

Adolf e Eugenia-Eugenie ebbero tre figli: Arturo, Ida e Pauline. Arturo, nostro nonno, sposerà Maria Gelinek (nonna Lully).

Ma la vita familiare è turbolenta, Adolph ha un carattere difficile e inoltre beve molto e diventa incontrollabile. Su sollecito di Eugenia-Eugenie, Gustav e Ida decidono di mandarlo nuovamente dai parenti in Germania. Di lì a poco morirà ancora molto giovane, non si sa bene se a causa dell’alcol, o per una malattia.

Hedwig Hermann, la figlia di Fritz che sposò un Gronvold, pittore norvegese, era al corrente dei fatti della famiglia di Napoli e in una lettera alla moglie del fratello Norbert (la nonna del protocugino Victor) il 15 novembre del 1924 scrive:

“A napoli vivono ancora le figlie di Gustav, mentre entrambi i figli Adolf e Theodor sono morti già da tempo. La famiglia del primo [Adolf] era costituita da da due figlie e un figlio di nome Arthur, sposato da alcuni anni, ha fatto la guerra come italiano e poiché è finito in prigionia tornerà presto a casa sano e salvo. Il nome Hermann dunque si conserva con tre figli maschi dei differenti matrimoni (…) Rudolf e Arthur”.

Artur è il nonno Arturo. Rudolf è il figlio di Louis di cui dicevo prima. Gustavo (papà) citava Rudolf in un aneddoto di famiglia: il nonno Arthur-Arturo comunicava solennemente alla famiglia riunita di aver ricevuto lo stemma degli Hermann dal cugino Rudolf, e nell’emozione, invece del cimelio della stirpe, afferrò una cesta di fichi secchi fra le risate dei giovani. “Non c’è rispetto”, avrà pensato nonno Arturo, oppure avrà riso anche lui? E questo stemma, dove sarà finito?

Arthur, Theodor, Ida, Helene, Olga e Pauline

Il figlio di Adolf e Eugenia-Eugenie, Arturo, diventò nostro nonno.

Studiò da ragioniere, ma non andò all’università. Gustav e Ida lo mandarono in Germania, a Berlino, a completare la formazione, “ma non imparò niente di nuovo”1, anzi tornò in Italia. Dovette essere un’esperienza piuttosto deludente, se poi decise anche di fare la guerra “come italiano”. Fu preso prigioniero a Caporetto e deportato al campo di Moleslav-Mlada. Gli austriaci però furono piacevolmente sorpresi che parlasse tedesco. A un certo punto della sua vita Arturo sfortunatamente si ammalò di acromegalia e fu visitato anche da Cardarelli. La malattia gli sfigurò i lineamenti che in precedenza dovevano essere stati molto graziosi. Fortuna nella sfortuna, il male si fermò, e comunque non gli impedì di sposarsi e fare famiglia. Giudizioso e responsabile mantenne la moglie, la nonna Maria-Lully (che era una brava pittrice, aveva studiato da Casciaro) le nonne le sorelle e naturalmente i figli: Gabriella, Eugenia, Gustavo, Vittoria e Paolo.

Gustavo stesso portava anche altri tre nomi: Adolfo, Federico e Alberto. Adolfo in onore al nonno sopravvissuto al colera e poi morto in Gerania, Federico per ricordare il nonno Gelinek, (oppure anche Friedrich-Fritz?) e Alberto, il nonno De Petris, terzo marito di Elfriede (la pronipote delle principesse) e papà acquisito (ma non meno amoroso) di nonna Maria.

Nei quattro nomi di Gustavo io intravedo anche una certa volontà di unificare per sempre i borghesi e i principi.

1Sempre da Paolo Hermann, 13/4/2020 e 6/6/2020.

Ida sposerà un certo Großmann, tedesco anche lui, contabile a Cava de’ Tirreni. Dopo quello di Tora Hermann con Weigand, il matrimonio di Ida è il secondo contatto degli Hermann con il nazismo. Se escludiamo il cugino Rudolf che fu nella Wehrmacht, ma non si sa con quale ideologia di sottofondo. Nessuna famiglia tedesca ne fu esente. La nostra non fece eccezione. Un emendamento? Nonno Arturo nascose un ebreo negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, Shapiro, detto “Schapiniello”. Quando Schapiniello si sposò invitò tutti gli Hermanns al matrimonio nella sinagoga di Napoli. In mancanza di kippà gli uomini ovviarono con dei fazzoletti, fatto che rese il matrimonio un avvenimento quasi da cabaret. Da ragazza conobbi la nipote di Schapiniello quando frequentavo la comunità ebraica. Schapiniello stesso era all’epoca già molto anziano e non si presentava più in pubblico. Il marito della figlia, per poterla sposare si era dovuto convertire all’ebraismo. Credo che a casa di Schapiniello assaggiai per la prima volta un piatto ebraico, scoprendo le somiglianze fra le cucine del Mediterraneo. Ma questa è un’altra storia.

Grosmann era il responsabile dell’NSDAP, il partito nazionalsocialista per tutta l’Italia meridionale. Il suo compito era di controllare la conformità dei cittadini tedeschi residenti all’estero alla linea nazista.

Allo sbarco degli alleati, Grosmann fuggì con Ida in Germania. Sfortuna volle che si trovassero proprio nella zona di influenza sovietica. La povera Ida morì di idropisia, Georg riuscì a ritornare in Italia, dove ritrovò intatta la sua scrivania e riprese il suo lavoro come se nulla fosse accaduto. L’Italia era ‘casa sua’. I Grosmann ebbero tre figli, Traute, Ilse e Helmut. Traute sposò un certo Pietro Fornelli. Zio Paolo racconta che fosse alquanto sciroccata. Chi se ne ricorda di più? Di Ilse e Hellmut non si sa molto. Il figlio di quest’ultimo abita (o abitava) a Colonia, ma evitava il contatto con la famiglia, dice Victor.

Pauline invece sposò un Gaeng, belga, proprietario delle Birrerie Meridionali. Anche questa storia ve la racconto.

Si tratta di un altro grigione più famoso della prima fidanzata di Fritz: il pasticciere Luigi Caflisch (1791-1866). Anche Luigi è pieno di spirito di iniziativa: apre la pasticcerie più famosa del meridione e una distilleria.1

Insieme a altri “emigrati” di nazionalità belga nel 1825 Caflisch fonda la prima fabbrica di produzione di birra del Meridione d’Italia. La fabbrica si trovava a Capodimonte, sul Corso Amedeo di Savoia. Oggi purtroppo l’edificio non esiste più, ma era di stile molto simile alla Reggia. A partire dal 1905 la fabbrica si chiamerè Birrerie Meridionali2. Nel 1929, a seguito della Grande Crisi, le Birrerie vengono vendute a Peroni, che nel 1955 sposterà la produzione a Milano. La famiglia Gaeng se ne andò in Belgio, dove rimase e dove ancora si trovano nostri lontani parenti.

Le Birrerie Meridionali produssero, fra l’altro i marchi Münchner Capodimonte Bräu e Birra Napoli.

Un ultimo mistero: il nome Luigi Caflisch si legge in una lettera di Fritz che riguarda Theodor. Era il 1942 e Theodor, che aveva solo 22 anni, aveva deciso di fare ritorno in Germania e di salute non stava bene. In questa concomitanza la famiglia (probabilmente il solito Fritz) dovette pagare una fideiussione a Luigi Caflisch “tutt’altro che esigua”3 Di che cosa si trattava? Che cosa avevano a che fare gli Hermann – e Theodor in particolare – con Caflisch? Lo sapremo mai?

1 https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Caflisch

2 http://www.storiadellebirrerie.it/Birrerie/Birrerie%20Meridionali.html)

3Dalla Ahnengeschichte di Victor Bruns.

In Belgio i Gaeng aprirono un ristorante molto bello. Uno dei ragazzi purtroppo morì a causa delle ferite riportate a una gamba durante un bombardamento. Un altro, Renato, tornò a Napoli per un viaggio in età avanzata nel 1993, poco prima di morire. Mi ricordo la sua contentezza e la sua sorpresa di trovare la città così cambiata. In peggio…

La Napoli che videro i Fratelli Hermann, i Caflisch e i Gaeng era una metropoli brillante, all’inizio di un decollo industriale vertiginoso e sede di una solidissima banca che contava fra i propri debitori i reali di Francia. Una città ricca e piena di vita, con teatri su pontili sul mare, caffè chantant, cinematografi, feste e sicuramente tanto champagne.

E come tutte le metropoli dell’epoca, da Londra a Parigi, anche Napoli fu infestata da virus e batteri, come l’epidemia (di colera?) del 1861, in concomitanza con un’altra catastrofe: l’Unità d’Italia. Della seconda gli Hermann non parlano, ma la prima li coinvolse direttamente, e tragicamente.
Helene e Olga non si sposarono e vissero con la famiglia di nonno Arturo, contribuendo notevolmente all’andamento della vita familiare.

La lettera di Gustav

Napoli, 28 Luglio [in italiano nel testo originale] 1861

Caro Fritz!

Quante cose sono cambiate dal 22 d [Luglio] giorno del recapito della tua cara lettera del 17! – Le tue care righe, la tua partecipazione, le tue parole di conforto non mi diedero tranquillità. La mia situazione era disperata. Tutti erano a letto malati, tranne Theodor, che avevo portato da un’amica di mia moglie. Le preoccupazioni e gli sforzi delle ultime 4-5 settimane le hanno consumato le ultime forze, così ho dovuto farla mettere a letto, e non meglio stanno le nostre ragazze. E così stavo, io stesso con le gambe stanche e il cuore mosso e agitato, spesso grondante di sudore, che il caldo tremendo e la paura mi provocavano, trascinandomi da un accampamento all’altro cercando di soddisfare i differenti desideri, preghiere e bisogni che mi arrivavano da ogni parte. Il mio stato lo puoi immaginare, ma non lo puoi provare! Eppure, mi feci coraggio, mi dissi “Tu non ti devi ammalare, ti devi mantenere forte per il bene di tutti!, bevvi un bicchiere di vino e ripresi le mie tristi occupazioni. Finalmente riuscii a trovare una domestica adatta, chiamai due medici, poiché lo stato di Adolph [il nostro bisnonno, n.d.t.] era peggiorato, e le loro risposte mi diedero poca speranza. E mentre dedicavo la più grande attenzione a questo, anche lo stato di Berthold peggiorava di ora in ora, il morbillo si era aggiunto, febbre forte e l’ultimo dente canino stava spuntando. Terribili convulsioni assalivano il povero bambino e lo strattonavano nel lettino da una parte all’altra. Si riprese un poco, il giorno dopo passò per tutti fastidiosamente, solo Ida aveva forti dolori di gola e era molto abbattuta. Il 24 mattina andò ancora abbastanza bene, ma il medico non era andato via da mezz’ora, che i crampi ricominciarono, e come se non bastasse ancora,mi arrivò una lettera nella quale mi si diceva che Theodor stava poco bene, con febbre e diarrea e il corpo infiammato. Mando a cercare un medico che sarà trovato dopo molto sforzo, e così Mi viene riportato il mio Theodor avvolto in lenzuoli, mentre siamo occupati al letto di Berthold, che si agita terribilmente negli ultimi crampi. In tali condizioni si potrebbe perdere la ragione e dubitare della bontà dell’Onnipotente.

Mentre il medico mette in atto gli ultimi tentativi di soccorso, io, con il cuore in sussulto reggo in braccio il mio tesoro, Ida ausculta nel letto accanto e teme ogni respiro che minuto per minuto diventa sempre più forte e interrotto, finché il povero angelo alle otto e mezzo di sera esala l’ultimo alito e giace morto fra le mie braccia. Il mio dolore te lo puoi immaginare, mi accasciai fra singhiozzi e lacrime. Lascia che taccia quello che ho sofferto e che ancora soffro, questo caro, il migliore, figlio era tutt’uno con il mio cuore, era la mia distrazione in ore di gioia, la consolazione in momenti di rammarico, la mia serenità in ore di stanchezza e dolori. Geloso del mio affetto, sentiva il mio arrivo già da lontano e mi aspettava sulla scala con le braccia aperte, per prendermi il bastone, metterlo al suo posto, portarmi in camera, e non permetteva che nessuno oltre lui mi portasse le pantofole, poi si metteva accanto a me durante il breve riposo sul sofà, affettuoso chiamando il caro nome “papà papà” che mi entrava nel cuore come nessuno. Quando il tavolo era pronto, mi tirava con dolce violenza dal riposo e mi conduceva a tavola, spingendo la sedia di papà, per sedersi in braccio a me e infilarsi in bocca i bocconcini che papà gli preparava.

Ma lasciami tacere, il cuore mi sanguina e dovunque volgo lo sguardo mi manca questa cara piccola figura che – quale spaventoso cammino – accompagnammo al suo ultimo luogo di riposo. Ida non trovava pace nel letto, le dovemmo portare la bara con il cadaverino sereno e venusto accanto al letto, per farle prendere commiato dal suo tesoro e benedire il suo riposo con gli ultimi baci e lacrime. Ma ora lascio l’angelo morto in pace e mi rivolgo umile ai miei doveri verso quelli ancora vivi. Il mio unico orgoglio, l’orgoglio dei miei figli è spezzato! Quello che ne rimane giace una parte con la febbre e di nuovo tranquillo, dormienti nell’arsura della febbre, oppure soavemente assopiti, tranquilli o inquieti, svegli, e addirittura alle volte vispi, e il cielo sa che cosa mi porteranno i prossimi giorni. Ida sta meglio e si è alzata, ma spesso deve coricarsi ogni tanto, spero che tra qualche giorno sarà guarita. Adolph, il povero bambino, giace smunto a letto,dorme molto e nonostante i medici dubitino che si riprenda e prevedano la possibilità della fine come abbastanza certa, ma io spero ancora! Da due giorni ho persuaso il più famoso medico omeopatico, Rubini, e questi non dubita di riuscire a guarirlo, voglia Dio dare la Sua benedizione. Dal giorno del suo compleanno, l’8 luglio non ha più lasciato il letto. Lo stato di Teodoro non mi sembra preoccupante, è ancora robusto e forte, ma non ha voglia di lasciare il letto e spesso ha la febbre, tuttavia non temo per lui, e non penso che mi lascerà come Berthold che ci è stato strappato via all’improvviso in tutto il suo splendore.

Di Theodor-zio ti posso dire poco, lascio che lo faccia Louis. Si trova di nuovo in sofferenza, poiché [manca una parola n.d.T.] non si è mantenuto bene. La malattia di Adolph lo ha un poco distratto dalla sua passività, e dopo che per oltre 15 mesi non era più salito da noi al sesto piano, lo fece per ben cinque volte per vedere Adolph. Il giorno dopo la morte di Berthold andò a Sorrento con il cognato Louis [un omonimo del fratello Louis? Cognato: fratello di Ida?], Magdallena e Don Pietro, il lavorante del Magazzino e da allora, dall’arrivo della tua cara lettera, non l’ho più visto. Anche io trovo un viaggio a Reutte molto consigliabile per lui: non mi prometto molto dalla mia influenza su di lui, ché questa è molto limitata. Quando si mette una cosa in testa non lo si convince facilmente del contrario e da anni non cerco più di influenzarlo, in questo modo mi sono trovato meglio.

Stammi bene caro Fritz, saluta tutti caramente da parte mia, e voglia il Cielo proteggere la tua casa e i tuoi cari dalla sfortuna e dalle disgrazie che sono accadute a noi. Della tua partecipazione sono convinto; anche qua ne abbiamo avuta tanta. Consolazione non ne potrò trovare, ché il cuore mi si spezza sempre di nuovo. Addio, il tuo triste fratello Gustav.

Ti invio un paio di scarpette di feltro per Bertha, l’ultima cosa che rimane di Berthold, sono sicuro che apprezzerà questo povero ricordo. Dio vi protegga!

Mi srebbe di grande aiuto se tu potessi comunicare la mia sventura a Bamberga e a Mistelbach [dove vivevano la sorella e il padre, n.d.T.], ti puoi immaginare quanto tempo ho a disposizione, e grazie già in anticipo per questa buona azione. Adieu! [in francese nel testo, n.d.T.]

… E quella di Fritz

Reutte, 5 Agosto 1861

Cara Minna!

La mia ultima lettera del 24 Luglio devi averla ricevuta. Oggi ti devo dare purtroppo notizie molto tristi della famiglia di Gustav. Ti accludo la lettera di Gustav in originale e ti prego di inviarla al caro padre dopo la lettura, che parteciperà intensamente al dolore di Gustav. Sia lode a Dio da noi tutto va bene, ma capirai sicuramente che la perdita di Gustav mi ha trasmesso l’ansia di simili accadimenti della vita. Gustav era talmente affezionato a Berthold,quanto lo sono io al mio Adalbert. Anche lui è pieno di vita, come un tempo Berthold. Voglia la grazia di Dio lasciarci il figliolo in salute. Con tanti cari saluti da noi tutti a te, a Liebeskind [il marito di Minna, n.d.T.] al caro padre, sempre il tuo caro fratello,

Fritz

Extro

Contrariamente alle aspettative, Theodor morì qualche tempo dopo Berthold, nello stesso anno.

Gustav perse ancora altre due figlie.

Adolf che all’epoca aveva cinque anni invece riuscì a farcela, forse proprio grazie al famoso omeopata. È a lui che dobbiamo la nostra esistenza?

Nove anni dopo nacque l’altro Theodor, del quale si persero le tracce.

Avete notato anche voi la precisione nel raccontare i particolari di questa tragedia, l’accuratezza nel descrivere le emozioni?

E Berthold era davvero così angelico e affettuoso, o è l’immagine che ce ne dà Gustav? Certo era un bambino di appena due anni, come non poteva essere dolce e carino? E come sarebbe diventato? Forse avrebbe reso la farmacia una grande catena? Oppure avrebbe dipinto quadri anche lui?

E le preghiere di Fritz furono ascoltate: Adalbert visse, anche se non volle ripercorrere le orme del padre. Comunque sia, se così non fosse stato, adesso non avremmo il protocugino Victor.

Gli Hermanns hanno attraversato le strade e la storia d’Europa, furono disciplinati e risoluti, irrequieti e fantasiosi, coraggiosi, artisti, viveur, bohemien, imprenditori e avventurieri. Da quando ho iniziato a scrivere questa storia vivono con me, alle volte mi salutano la mattina con il caffè, oppure mi raggiungono nei sogni: vedo l’avo Gustav con la sua sposa e i figli ammalati correre e ansimare e disperarsi e farsi coraggio nella baraonda dell’epidemia, il secondo Theodor, scomparso chi sa dove, Thora la scrittrice sfortunata, Adalbert il pittore viveur, la povera Ida che sposò un nazista e di nazismo morì, Adolf, il bisnonno folle che unì il nome dei Pascal con quello degli Hermann. Arthur-Arturo, il nonno laborioso e serio, ma anche lui amante dell’arte e della musica che andò in guerra “come italiano”. E a capo di tutti Friedrich Carl, Fritz, il demiurgo orchestratore delle carriere, di cui i miei fratelli Carlo e Federico portano il nome, quasi a sigillare la continuità mai interrotta fra l’Italia e la Germania, il lungo cammino da Hermann Steig a via Gustavo Hermann.

Da qualche anno circola un nuovo giovane Hermann che ha riportato il nome da Napoli a Monaco, dove è nato, appassionato di storia e di politica, orientato verso la giurisprudenza, poliglotta, estroso e un tantino arrogante, Emanuelis Hermannus. Perfettamente in linea con il gene e con la storia.

La nostra storia.

… E grazie!

A Victor Bruns, il “protocugino”, per il minuzioso e preciso lavoro di ricerca, per le lettere, per aver inserito le ultime generazioni di Napoli nel libro di famiglia e la condivisione di altre storie personali attuali. A zio Paolo Hermann per i racconti, gli aneddoti e le precisazioni. A Carlo Hermann, che ha contribuito alla stesura con pensieri e ipotesi, a Marilisa Hermann che si ricorda di Traute. Ai miei amici Andrea, Detlef e Francesca che hanno pazientemente ascoltato le storie degli Hermanns.

E ora tocca a voi!

Questo breve racconto si considera un work in progress da completare e attualizzare con le vostre precisazioni, i vostri commenti, le vostre versioni della storia, e nuove testimonianze dei documenti di Victor, se ce ne saranno. Grazie a tutti.


Berlino, 8 giugno 2020.

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