È una delle prime giornate di coprifuoco e anche se c’è il sole fa ancora troppo freddo per starsene sul balcone, inoltre ho appena inventato un gioco, un passatempo che voglio subito mettere in pratica. Gli ho già dato un nome, composizione di libri in epoca virale. L’originale trovata è ispirata chiaramente a un modello preesistente, il disegno di uno sgabello di cartone raffigurante tanti volumi accatastati; come tante cose nella vita, era fatto così bene che a colpo d’occhio sembrava fatto di libri veri, e invece era solo un trompe l’oeil. Altro fatto che capita di frequente, dopo tanti anni di onorato servizio è finito nel bidone della carta da riciclare. Privata della composizione fake e della libertà di passeggiare ben intabarrata nell’aria frizzante di marzo, mi dedico allora a questo esperimento di bricolage ausiliario anticontagio. Libero all’uopo un quadrato di uno scaffale scandinavo di lusso e procedo alla selezione dei tomi adatti, che non mancano, ma devono essere composti in modo da creare alla fine un’insieme gradevole alla vista (il contenuto conta meno), il che non è facile quando i tascabili abbondano e i volumi rilegati mostrano gli anni. Giocherò sul colore e sulla forma. I celesti al centro, i rossi, i dorati e i colorati di lato. I volumi più estetici, che sono anche quelli meno imponenti, in alto. Il risultato è di grande effetto: Tolstoj regge tutto, spalleggiato da due fiammeggianti edizioni vintage di Fallaci. Sopra di lui si appoggiano due diari di viaggio e la storia del design internazionale (cioè europeo e nordamericano), in alto a sinistra, sopra Mark Twain, al lato di Vargas-Llosa e sotto i graziosi volumetti rossi di Wagenbach. due favole per bambini: nel paese dei mostri selvaggi e Tutto andrà bene di nuovo.

“Tutto andrà bene di nuovo” (es wird alles wieder gut) è un’espressione che i tedeschi usano nei momenti disperati, cioè quasi sempre a sproposito, scelta come titolo dell’odissea di una famiglia di siriani adattata al sentire dei pargoli nordeuropei, ciò che ai nostri tempi si definiva, lettura edificante, tipo Sandokan, per intenderci.

Chiude l’insieme un volumetto blu di Prussia, elegante nella sua semplicità, La trasparenza del male, della buonanima di Baudrillard. L’opera sta a pennello per completare la composizione di libri in epoca virale. In questo saggio il filosofo francese riflette sui fenomeni estremi, fra i quali egli conta anche i virus che infestano il nostri mondi, il reale e il virtuale, dice lui, allo stesso modo.

Ci siamo creati un mondo perfetto, biologicamente asettico e politicamente trasparente. Un mondo superautomatizzato, iperregolato, ultraviziato, normalizzato: un mondo comodo e prevedibile. Un mondo dove basta essere omologati e funzionali, per essere felici, come questa scultura di libri, ché se adesso estraggo Tolstoj per una breve consultazione crolla tutto, come in quel gioco con i mattoncini di legno.

Questo mondo uniforme è la dimora ideale per i virus che amano la diversità e si divertono a sperimentare nuove forme e sempre diverse, a togliere i volumi dagli scaffali delle nostre certezze.

Troppa filosofia, ci vuole un po’ d’aria. Prima però rimetto il volumetto al posto suo. Esco. Sul balcone le piante sopravvissute all’inverno richiedono una seria operazione di giardinaggio urbano. Mentre avvio il modulo di istinto pianificatorio, sbircio dal parapetto la vita in questa giornata dell’era del virus. E vedo un mondo rallentato, silenzioso, poche automobili, molta vita nelle case, e sui balconi, poca gente per la strada, cammina attenta, guarda avanti e si guarda intorno. Il mondo incalzato dalla malattia è cosciente, leggero e sospeso. È un mondo in pausa. Del resto che cosa faceva l’umanità ai tempi delle epidemie storiche, la peste, il colera? Andava in stand by, sospendeva, prendeva in mano i libri e si raccontava storie.

Riaffiora un ricordo confuso. Il colera a Napoli, una miriade di anni fa.

Che cosa facevamo?

Aspettavamo curiosi e distratti il fratellino che doveva nascere, ma che tratteneva la mamma in ospedale e se la prendeva comoda, e guardavamo il nonno a cui eravamo affidati disinfettare con zelo e scrupolo ogni centimetro di pavimentazione esterna e interna, e le scale di accesso alla casa e persino molti metri della strada attorno, una delle tante strade a scalini che si arrampicano per la collina del Vomero fra giardini profumati di agrumi e gelsomino nascosti dietro alte mura di cinta.

Creolina, si chiamava il liquido incantato garante di salvezza e immunità. Il nome evocava già da sé scenari di avventure di corsari nelle Antille, ma più intriganti ancora erano l’odore, una via di mezzo fra l’orzata e i chiodi di garofano, e la consistenza lattiginosa di quella sostanza misteriosa.

Ubbidienti al divieto tassativo di avvicinarci alle ampolle che apparivano magicamente solo al momento della rituale disinfestazione, assistevamo con ossequiosa ammirazione allo spargimento della pozione miracolosa, come apprendisti stregoni a una lezione del Ministro della Magia.

Più tardi, scalpitando fra i muretti del giardino al riparo dal contagio, lo imitavamo nei nostri giochi, versando acqua colorata sulle pietre di cotto attorno alle aiole.

Nonostante gli sforzi (e i successi) del nonno nello spiegarci che cos’è un’epidemia, per anni nella mia fantasia ha continuato a prevalere un’immagine manzoniana del colera come una specie di fantasma che passava quando la gente era distratta, effimero e insidioso, insozzando con i suoi effluvi pestiferi i luoghi abitati dagli umani, uno spettro malefico contro il quale tuttavia c’era rimedio infallibile e olezzante: la magica Creolina.

E per anni non ho saputo che il nemico aveva un nome altrettanto evocatore e affascinante e alle sue spalle un lungo viaggio complicato: El Tor, il vibrione del Colera, all’epoca della Settima Pandemia partì dall’Indonesia, si diffuse nel Bangladesh, imperversò per l’India, infestò la Russia (che allora aveva un altro nome ma la stessa consuetudine di occultare le notizie). Raggiunse Napoli dall’Africa del Nord, camuffato in una partita di mitili tunisini.

Fu debellato in poche settimane in un’ operazione di profilassi epica e battendo il record di un milione di vaccinati in una settimana. Come se non bastasse, alla ripresa il Napoli vinse due a zero contro la Juventus. Roba da Jedi.

Del resto anche il tifo è una malattia, e in tedesco il tifoso è “il febbricitante” (Der Fibernde).

Malattia come metafora, scriveva un’altra buonanima, Susan Sonntag alla fine di quel tempo incantato in cui ancora si credeva che i virus, i germi e i batteri se la prendessero solo con chi esce dal gruppo e con i poveri. Al massimo con i Meridionali.

Senonché è arrivato un altro nemico, il cui nome evoca più il Ciclo Bretone che le storie di Salgari, ma che non è affatto un cavaliere. Piuttosto un fellone, che sovverte tutte le nostre sicurezze a cominciare da quelle linguistiche e si fa chiamare IL Corona, vanificando anni di studio di grammatica italiana.

Ma quel che è peggio è che questo infingardo parente del comune raffreddore sovverte soprattutto le nostre convinzioni, il nostro orgoglio, le nostre sicurezze e la nostra comodità.

E così, mentre gli eredi della Milano da Bere vanno a prendere l’aperitivo motteggiando che “Milano non si ferma” e “Bergamo corre”, a Napoli si mette metaforicamente mano al lanciafiamme, quasi come in un film di Sergio Leone.

“Ma non è così che funziona!” ammonisce Baudrillard dallo scaffale. E ha ragione.

Milano si è fermata, Bergamo è pietrificata, Napoli è sospesa, Berlino rallenta ma ancora si muove, si lamenta, si indigna, si sgomenta. Vuole continuare a correre. E allora corre al computer, si dibatte nella bolla digitale come fanno i criceti sulla ruota. Giovani insegnanti sicuri di far bene bombardano con quintali di immondizia elettronica gli studenti che boccheggiano davanti agli schermi serrati nelle loro camere come pesciolini nelle bocce.

La macchina burocratico-digitale ci tempesta di email e spera in una presta fine di questo che paragona a “un brutto sogno”, mentre pianifica beneaugurante il mondo che verrà, salvo poi collassare sotto il peso insostenibile dei suoi stessi dati. E di sogno si tratta, anzi, di romanzo. Per tornare alla mia pila di libri, mi sembra che il Corona abbia tramutato molti di noi in replicanti del Dottor Trelawney, il medico del Visconte dimezzato di Calvino, che invece di andare a curare gli appestati va per cimiteri cercando di catturare i fuochi fatui.

Sono passati ormai quasi cinquanta anni dai nostri giochi con l’acqua colorata. Restano i ricordi del giardino ombroso ai tempi del Colera.

Nel lontano 1973 mio nonno, un gentiluomo del Sud, mi insegnò a lavarmi bene le mani, a disinfettare gli angoli reconditi della casa e ogni tanto anche quelli della coscienza, a correre in bicicletta e a fermarmi, per fare spazio all’immaginazione. © elisa hermann 2020.

Il video è di Federico Hermann, alla fine nacque…
Grazie a Carlo Hermann (che spargeva con me la creolina) per la lunga chiacchierata sul Colera a Napoli nell’agosto del 1973.