Happy Valentainz!

(Tratto da: Dialoghi con Yasin).

Dialoghi con Yasin è un work in progress. Alcune parti sono anticipate in questo blog.

A leggere quella lettera ci si può sentire minacciati, disorientati. Specialmente se uno è profugo di guerra con tanto di documento di identità appena rinnovato in attesa di ritiro, e certificato di integrazione. Insomma un rifugiato a posto con il pedigree.

Come? Ah sì, ora ve lo spiego. In Germania un rifugiato avente stato e diritto è obbligato a seguire corsi di lingua e anche un corso di orientamento sulla società tedesca. Alla fine se è abbastanza bravo supera un particolare esame di lingua e se proprio è studioso partecipa a un test con domande a risposta multipla del tipo: Che cosa succede in Germania a un giornalista che critica il governo? Risposte possibili: 1) Viene immediatamente incarcerato, 2) deve pagare un’ammenda, 3) niente perché in Germania vige la libertà di stampa e di parola. Naturalmente questi sono trucchetti per smascherare subito eventuali componenti dei servizi segreti di stati canaglia che si siano infiltrati alla chetichella nel paese con scopi delinquenti e che ora si spacciano per richiedenti asilo politico.

Insomma, Yasin ha superato tutti i test brillantemente e da qualche tempo è in possesso di un foglietto giallo-arancione intitolato Certificato di Integrazione – Siamo o non siamo?

E se poi sei anche riuscito a inserirti nel famigerato mondo del lavoro, sottopagato rispetto alle tue qualità, e iperqualificato riguardo le mansioni che svolgi, sei esattamente paragonabile ai due terzi della popolazione europea: integrazione riuscita.

A chi può venire in mente ora di rimettere in dubbio tutto questo?

Si, perché, suvvìa il testo non è proprio un invito a festeggiare, soprattutto il passo che fa “lei è tenuto a collaborare e in caso di mancato adempimento punibile con un’ammenda fino a 25.000 Eur commutabile in una pena di reclusione fino a due settimane. Si informa inoltre che nei locali di attesa del ministero non c’è servizio bar”. Insomma uno già si vede trascorrere ore della propria vita in una sala d’aspetto affamato e assetato mentre il film mentale srotola le scene di Sbarco immediato! La prospettiva non è proprio rosa.

Per fortuna nella missiva c’è un numero di telefono – Siamo o non siamo nel paese della trasparenza e della precisione?

Chiamo.

Mi risponde un impiegato imbarazzato quanto compito

No signora, è solo un controllo di precisazione. Nulla da temere.

Vuole dire che durante il procedimento per accertare la legittimità della richiesta di asilo non hanno accertato che si tratta di un passaporto siriano originale?

Esattamente signora.

E mi scusi, questo colloquio, non si può rimandare, sa il signor Yasin lavora…

Certo signora, usi il modulo apposito…

No signora, davvero, stia tranquilla.

Non ho che fidarmi a occhi ciechi del servizio pubblico tedesco, del resto, mi dico, ci lavoro anche io. Mi immagino dietro una scrivania con davanti un’orda di popolo urlante da sfamare, alloggiare e … smistare: “Prego, ISIS di qua, civili semplici di là…”.

E poi, non sta su tutti i giornali che nel paese sono entrati, oltre a siriani in fuga dalla guerra, anche mafiosi libici in fuga dalla legge, padri di famiglia albanesi in fuga dagli alti tassi di credito per costruire la casetta a due piani, più il condono edilizio, minorenni tunisini in fuga dalla scuola, e varia (dis)umanità in fuga da chi sa che altro?

Per un breve momento della storia essere siriani è stato una gran figata, perché evvero che stai in fuga dalle torture, le bombe, le violenze psicologiche, sessuali e fisiche; evvero che hai attraversato il Mediterraneo vomitando l’anima; evvero che in molte caserme italiane vi hanno picchiato, quasi come a dire “il regime siriano non scherza, ma noi nemmeno siamo da meno, e anche se non abbiamo Assad, pure Salvini, nel suo piccolo…”. Evveroanche che un bel po’ di voi sono annegati durante le traversate di fortuna, altri sostano ancora ai varchi di frontiera in Ungheria e in Serbia, in Croazia e in Macedonia, luoghi che in quanto a comfort e prestazioni professionali del personale addetto fanno rimpiangere le prigioni siriane. Evvero tutto. Ma numerosi diversamente passaportomuniti negli anni scorsi hanno fatto carte false (nel vero senso della parola) per essere siriani, o almeno per sembrarlo.

E non si preoccupi signora, non c’è niente da temere. Sì può venire anche lei a farcelo vedere questo passaporto, basta una delega informale.

E grazietante dottore e miscusi il disturbo e arrivederLa dottore.

No, vi giuro, non tossisco per impietosirvi. Mi ha colto l’influenza, ce l’ha fatta alla fine, infingarda.

Mi trascino verso il Ministero per l’emigrazione e i Rifugiati che per fortuna da casa mia si raggiunge a piedi, affrontando il vento, i chilometrici guinzagli di cane stesi da una parte all’altra del marciapiede e i gruppi di bambini dell’asilo spagnolo in marcia forzata verso il vicino parco.

Sono armata di passaporto siriano, il mio documento tedesco e un thermos portatile colmo di tisana di timo, preparata ad un’attesa spartana e frugale.

Mi accoglie un guardiano bonario e cerimonioso che assomiglia alla maschera di un cinema d’altri tempi, mentre entra in scena l’inserviente più discreta della storia dei controlli, avevo dimenticato di aprire la borsa, aspetta paziente e si scusa della perquisizione dicendo “mi permette un abbraccio, signora?”. Penso che assomiglia un po’ alla Signora Rosaria che abitava nel nostro palazzo al Petraio.

Un affabile impiegato di accoglienza mi porta direttamente allo sportello e qui si rivela la vera sorpresa.

Ecco, mi dica… Ah è venuta di persona, certo, si capisce, e chi vuole spedire per posta un passaporto, il colloquio? Ah quello è di routine, lo devono fare tutti ogni due anni.

E che domande bisogna attendersi?

Mah, domande generiche: che ne pensa della Siria? È un paese sicuro secondo lei?

Immagino Yasin novello esperto di politica internazionale discettare delle sorti del Medioriente davanti a un impiegato annoiato…

Non so perché ma ho l’impressione che tutto questo non abbia niente a che vedere con gli astanti. Piuttosto sembra un copione scritto in virtù di qualche accordo politico atto a tenere buono quel gruppo che in Parlamento siede alla destra del centro.

Aspetto non più di venti minuti in una sala luminosa e accogliente. Uno schermo mostra un filmato in albanese. Alcuni manifesti informano in varie lingue sul rientro volontario, sottolineo, volontario, con un incentivo statale non indifferente. Penso a un paio di signore che una volta in salvo in Germania hanno dichiarato su Al Jazeera di preferire le bombe in patria piuttosto che vedere le proprie figlie crescere in pace all’estero senza velo. E se ne sono tornate a Idlib (la provincia più bigotta del mondo dopo Treviso) – La coerenza non ha limiti, il fanatismo nemmeno.

Scopro che dietro un angolo nascosto ci sono tre distributori funzionanti di bevande calde e fredde, due lavandini muniti di disinfettante per le mani, c’è perfino un fasciatoio. Manca il barista – era questo che intendeva la lettera.

La signora grassa ritorna sorridendo, mi porge una ricevuta e mi invita a tornare domani “in mattinata”.

Domani in mattinata è oggi, San Valentino. La bronchite avanza, la esorcizzo con una doccia bollente e mi infilo un pullover da pecora. Leggo la notizia che due sgherri del regime di Assad sono stati arrestati – uno a Berlino – nell’ambito di un’inchiesta che durava da due anni. Si erano spacciati per profughi di guerra. Che li abbiano scoperti perché hanno risposto sbagliato al test?

Mi preparo al peggio: “Come reagisco se non mi restituiscono i documenti? Quella postilla non l’avevo proprio letta, che cosa vorrà mai dire?”. Mi innervosisco. Mi dico che andrà tutto bene. Chiudo la porta a chiave e aspetto l’ascensore che arriva in uno sfolgorìo di luce alogena e acciaio cromato. Che desiderare oltre?

Oggi è San Valentino, per strada fa quasi caldo. Invio un messaggio a mio figlio in Australia, Happy Valentine … .

Questa volta l’ingresso del Ministero è bloccato da una famiglia di Kosovari venuti a fare domanda per un alloggio popolare. Faccio l’aria seria, ma in realtà seguo appassionatamente il colloquio. C’è un traduttore, ma non riesce a convincerli che questo è il ministero per l’emigrazione, e la loro richiesta va inoltrata invece all’ufficio affari sociali.

L’impiegato impietosito mi fa passare avanti, si ricorda di me. Non faccio in tempo a entrare in quella sala che sembra una lounge, eccolo di nuovo alle mie spalle, mi porge i documenti di Yasin.

Mi richiudo il piumino, faccio per uscire, ma la signora grassa di ieri mi richiama dallo sportello.

Allora che cosa vuole fare il signor Yasin per il colloquio?

Ah giusto, voleva fare domanda per procrastinarlo. E lei, memore del desiderio sta ora pronta con un modulo davanti, quasi felice di rivedermi. Mi sento leggermente in colpa.

No signora, non c’è bisogno, Yasin ha mostrato ieri l’invito al suo capo, gli ha letto la parte sul mancato adempimento etc. Lui ha risposto: vai, vai di corsa! – La signora annuisce e quasi ride, conscia. C’è sempre un abisso fra la burocrazia e le persone.

Grazie tante, signora, lei è un tesoro – Le dico. Oggi è San Valentino.

Chiamo Yasin.

“Complimenti, sei un siriano accertato con il pedigree.”

Replica un commento in arabo che non è il caso di riportare. Immagino che in quell’Ufficio potrei lavorarci, o almeno ogni tanto andarci a prendere un tè insieme, in alternativa a Starbucks, o al cinema del quartiere.

Il colloquio, almeno, è quasi esorcizzato.

Da lontano vedo due ragazzi barbuti e modestamente vestiti. “Altri siriani”, immagino. Quando mi passano vicino riesco a cogliere perfettamente stralci della loro conversazione su un qualche lavoro in un ristorante: infatti parlano in italiano, con accento del nord… Damasceni, milanesi, una faccia una razza!

Una signora mi chiede se ho da cambiare per il parcheggio. Le regalo tutte le monetine che ho: Oggi è San Valentino.

Mi infilo in farmacia per fare scorta di gocce e pillole antinfluenzali, poi compro un dolce di frutta e filo dritto al tavolo della mia cucina che in questo momento della giornata è inondata di sole.

Mio figlio risponde al messaggio: Si dice Happy Valentine’s, mamma, e mi cita la filastrocca per ricordarsi della regola: he-she-it, the s must fit. Il tutto decorato dai cuori di ordinanza.

Ma io Happy Valentinez proprio non riesco a dirlo. “Happy Valentine!”, dico al fattorino che proprio or ora mi sta porgendo un pacco da parte di Yasin e mi risponde: “Happy Valentine anche a lei, signora”

(to be continued…)

©Elisa Hermann 2019 – all rights reserved.

1 Comment

  1. Elisa

    14. February 2019 at 20:32

    … C’erano un paio di refusi e nella messa online sono saltate due righe. Ho rimesso a posto e mi scuso con voi, cari lettori!

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