Pensieri sparsi lungo il percorso di un giubileo

È la fine di un tiepido pomeriggio di primavera inoltrata. Sono di ritorno da una breve, brevissima vacanza metropolitana: ho passato ore trasognate su una terrazza fra i tetti della città, intorno solo il sole e il fruscio lieve delle canne mosse dalla brezza, avanti un bicchiere d’acqua e l’orizzonte celeste. È uno di quei momenti in cui il mondo sembra veramente a posto così com’è, mi incammino verso la fermata dell’autobus che mi porterà a casa in poche fermate. E la vedo già da lontano, allegra e colorata, ma cos’è? Mi avvicino e finalmente la riconosco. C’è una lapide in quel posto, c’è già da alcuni anni, come altre che amministrazione cittadina ha piantato in vari quartieri tranquilli e alla moda per commemorare il fatto che che questi luoghi urbani qualche anno fa tanto tranquilli non erano. Per l’esattezza cinquanta anni fa. In particolare questo incrocio fu testimone di un’aggressione armata a sangue freddo nella quale fu ferito Rudi Dutscke, l’anima carismatica e creativa della rivolta studentesca. Era il 1968. Dutschke morì dieci anni dopo per le conseguenze dell’attentato.

Per chi si trovasse a Berlino, la lastra si trova sul Kurfürstendamm, all’angolo con la Joachim-Friedrich-Straße, una zona ormai fascinosamente decadente e decentemente gentrificata, in parte proprio dai ribelli di allora che sono i professori, i medici e gli avvocati di oggi, molti in pensione, alcuni già pronti a occupare i locali della signorile casa di riposo che si trova dall’altro lato della strada con tanto di iscrizione latina.

Non attirerebbe la vostra attenzione: la pietra è impressa nel pavimento stradale, quasi invisibile ai passanti che raramente vi danno uno sguardo frettoloso.

Oggi però tutto è diverso su questo pezzo di selciato attorno alla stele dimenticata. A cominciare da quelle scarpe sparpagliate in apparente disordine e tracciate da cerchi di gesso, per continuare con quei fiori sciolti, singoli e a mazzi e per finire con quel cartone ondulato che sventola nella brezza come se volesse liberarsi dal palo a cui è stato fissato con il fil di ferro, e ricorda a lettere colorate che “La rivoluzione non muore”.

un’installazione inusuale. Si tratta di un colpo di mano dei seniores del vicinato? Un giornalista affiorato dalla mia ricerca estemporanea sulla Rete si chiede se per caso attempati signori e signore abbiano approfittato del momento per liberarsi di calzature ormai fuori moda.

A prima vista gli darei anche ragione. Per quelli di noi che in quegli anni della rivolta furono bambini sono grati i momenti in cui non se ne parla, soprattutto in questi mesi in cui uno dopo l’altra stiamo arrivando al mezzo secolo, come birilli che crollano alla fine della pista, mentre i nostri vecchi sprizzano vitalità da tutti i pori, rilasciano interviste, partecipano a convegni, realizzano installazioni.

E a noi non resta che ricordare per la cinquantesima volta i lunghi pomeriggi trascorsi in aule affollate e fumose, le marce forzate delle manifestazioni e le prediche annose prima, durante e dopo l’adolescenza. Essere figli e nipoti del sessantotto ha significato essere ragazzi negli anni ottanta, anni bui, disorientati, incerti all’ombra della catastrofe atomica e soprattutto gli anni in cui ogni nostro timido tentativo di ribellione, protesta, autorealizzazione che fosse, risultava inutilmente ridicolo, scialbo, al minimo fuori luogo, e al massimo una brutta copia delle gloriose imprese dei nostri antenati. Nessuno ha espresso questi sentimenti meglio di Enrico Brizzi nel suo capolavoro Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Anche altri autori hanno scritto le magnifiche sorti e progressive degli eredi degli ex-rivoltosi.* Tutto è stato detto e io potrei solo aggiungere il capitolo in cui ci siamo trovati i rivoluzionari di un tempo come capiufficio e dirigenti all’inizio delle nostre carriere, ma risparmio al lettore tale patetico quadro di miserie di fine Novecento. Disavventure di impiegati senza qualità.

Sorrido al cartellone ondeggiante, ai fiori e alle scarpe. Mi dico Grazie, sì, siete stati grandi, ma non sarebbe ora di chiudere anche questa pagina del grande libro della Storia? Farci respirare in libertà il secondo mezzo secolo che ci vedrà pensionati senza meriti, senza interviste da rilasciare? Sarebbe ora di consegnare finalmente tutto ai musei, ai libri, alle tesi di laurea. Metterci, veramente, una pietra sopra? Intanto arriva l’autobus e io mi metto in viaggio verso una serata serena e una cena all’aperto, la prima della stagione.

Senonché, qualche settimana dopo, nel pieno degli esami e del primo caldo estivo mi imbatto in un’altra scritta, anche questa volta sul pavimento. In un bel viola carico si propone cultura invece di scuola. “Qualcuno è ancora immune dall’omologazione quotidiana”, la conclusione di Armando, un mio giovane collega che nella realtà ha un altro nome.

Con il pensiero ritorno all’installazione delle scarpe, facendomi largo fra la massa degli studenti irriguardosi per guadagnarmi l’ingresso dell’istituto scolastico, il mio posto di lavoro.

Incontro Mara, che anche lei in realtà ha un altro nome. Conversiamo sullo stato presente delle fatiche, conveniamo che è sempre più difficile trasmettere saperi e valori in un mondo dove l’impegno civile è diventato un lusso per chi se lo può permettere e il resto è una corsa a ostacoli per cercare di rimanere al di qua delle transenne che dividono i sempre meno privilegiati dai sempre più esclusi.

Che il Sessantotto sia stato l’ultimo momento in cui l’Europa sognò un mondo più giusto, con slancio e sincerità? Che gli anni che seguirono non furono in realtà una lunga marcia verso l’appiattimento degli spiriti, delle coscienze, della politica?

Gli anni della protesta furono anni difficili, anni violenti, anni pieni di errori. Ma furono anche anni veri, anni di rivolta contro l’ingiustizia in una società ancora impastata di fascismi, in cui l’istruzione scolastica era ancora un privilegio di pochi, anni in cui le guerre destavano orrore, indignazione, anni in cui si protestava contro le dittature dei paesi esteri e nessuno si sarebbe mai sognato di deportarvi persone non grate alla nostra Europa del benessere, come accade oggi.

In quegli anni c’erano i Leone, gli Andreotti e i Cossiga, i Nixon, Gli Assad e i Gheddafi. E c’erano anche i Moro, i Berlinguer, i Willi Brand, e i Dutschke, c’erano quelli come mio padre e mia madre, quelli che in un mondo migliore ci credevano veramente. E c’era Pasolini. C’era una sinistra italiana che faceva andare Carmelo Bene e Dario Fo in prima serata, e Ligabue era un pittore disadattato e non una rockstar. Oggi ci sono solo i Grillo e i Salvini; non c’è più Gheddafi, ma in compenso la Libia è un tumulto di fazioni, signori della Guerra e gruppi militari incontrollati che si spartiscono il paese a colpi di arma da fuoco e varie atrocità. E l’Italia con questo paese fa patti per tenere lontana dalle sue coste la povera gente, quelli che un tempo si chiamavano i proletari e che oggi si definiscono clandestini, migranti, illegali. Oggi in Italia nessuno scende più in strada contro le guerre. E pochi sanno che in Germania nell’autunno scorso si sono svolte vere e proprie cacce all’uomo contro i profughi, mentre ogni famiglia tedesca paga di tasca propria circa tremila euro all’anno per il risanamento del crollo bancario di dieci anni fa. I nostri studenti imparano il dibattito, ma non sanno riempirlo di contenuti, nelle assemblee si litiga su banalità, i genitori stanno ancora nei consigli scolastici, ma solo per lamentarsi, in un mondo in cui tutto si può mettere in questione, ma non si trova alcuna risposta.

È inverno: un mattino plumbeo staffilato da una perfida pioggerellina sottile gelida che irrigidisce i muscoli e affloscia il morale. Uno studente si lamenta perché l’altra classe invece di fare lezione va a un incontro con Frank Matano. A volte bisogna ammettere la propria ignoranza, anche di fronte a una classe, così prego suddetto alunno di fornirmi particolari ulteriori. Scopro che l’entusiasmo vale a un comico che ha fatto fortuna su youtube. Con tutto il rispetto per questo signor Matano, c’è stato un tempo non lontano in cui i miei allievi fibrillavano per Dacia Maraini e Amara Lakhous e l’aula magna della nostra scuola di provincia mitteleuropea un giorno si riempì di ragazzi di tutta la città venuti ad ascoltare Stefano Benni, non proprio Pasolini, ma neanche Matano. Oggi sarebbe improponibile: troppe verifiche, troppi controlli in itinere, troppi esami, troppa disciplina, troppa burocrazia.

Troppa arroganza, egoismo, appiattimento culturale, standardizzazione, omologazione. Troppa indifferenza, troppa paura, troppo cinismo.

I sessantottini erano dei gran rompicoglioni, ma piantavano aiole per strada molto prima del movimento ecologista, collaboravano con gli insegnanti nelle scuole di quartiere, molto prima che andare al consiglio di classe diventasse una moda per signore annoiate, organizzavano il teatro di strada. Forse non tutti erano sinceri, probabilmente molti lo fecero per moda, o per proprio vantaggio, ma erano tanti, quelli che ci credevano, e non solo per le strade, ma anche nelle redazioni, in televisione, nelle scuole e nelle università. Peccarono di orgoglio e di ingenuità quei ribelli cresciuti al sole del dopoguerra che volevano cambiare tutto e nemmeno lontanamente immaginavano che un mondo peggiore è possibile.

La scritta viola ormai sta sbiadendo, Le scarpe e i fiori ormai dimenticati.

Le scarpe di Rudi Dutschke, quando mezzo morto fu trasportato via dall’ambulanza in quel giorno grigio di fine aprile di cinquanta anni fa, rimasero appaiate sull’impiantito. La polizia le cerchiò di gesso, perché erano parte della scena del crimine. In una foto d’epoca vedo la bicicletta rovesciata e la sua cartella mezzo aperta con i fogli in disordine mossi dal vento.

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Riferimenti:

La lapide e le scarpe:

http://schmid.welt.de/2018/04/

3000 euro per le banche

https://sz.de/1.4126273

Io sto con Samed

Gustavo Hermann

* Caterina Duzzi, nel volume Compagni genitori, comunisti immaginari, narra la propria infanzia ai tempi di Lotta Continua.

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